Miti & Mete 2017 HABITAT

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  HABITAT

Un giardino di ritagli

Tramite una delle sue cartoline surreali Scolaro compone l’habitat della memoria con un collage di eco ritagli: lascia sullo sfondo dei buchi d’aria, versa una striscia d’acqua e poi srotola sottili fili, infine semina sassi e lascia cadere qualche bolla trasparente (le sue memorie autobiografiche).

L’installazione pare un paesaggio antropico creato rovistando con rispetto tra le risorse essenziali. L’artista predilige la materia povera che trasforma ed eleva da significato a significante in un dialogo fertile fra natura e presenza umana che accresce che cosa? E consente la sopravvivenza di chi?

Con gli occhi arrampico reti e fili, peso quei sassi appesi o sospesi … immergo la mano nell’acqua e con le dita gioco a ruotare le sfere …

E’ forte l’attrazione a rievocare immagini infantili di sé e a giocare nei paradisi di sé. Accettiamo non tanto i contenuti, ma i curiosi movimenti biologici dell’habitat: tensioni, rotazioni, resistenze … e nel farlo accettiamo le nostre.

L’opera è una gestazione narrativa crescente che fa da cornice e al tempo stesso da racconto. Propone una natura accudita e rieducata, ma sottende ad un’altra dimensione; l’habitat di specie esteriore evolve in spazio emozionale interiore, un giardino.Sembra che curare sé stessi sia un po’ come curare questo giardino di ritagli, rovistare con rispetto tra le risorse essenziali.

Elisa Spanevello

 

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Scultura

Testi a cura di Elisa Spanevello

Le barche che viaggiano verso l’inesistente attraverso l’inconsistente.

Galleggiano senza meta come persone incerte le figure eteree che richiamano immediatamente quelle di Giacometti.  Traghettano un sapere nelle acque lunghe della storia, attraverso tempi e luoghi astratti. Nell’idea dell’artista sono le civiltà dell’uomo a farsi carico della narrazione (elemento scatenante di tutta la sua scultura), un racconto teso a trasferire quella cultura e quei valori che sente necessario tramandare di porto in porto.

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Il Danzatore che offre il gesto senza esibirlo.

Anch’egli soggetto di narrazione, racconta la grazia e l’eleganza del corpo che danza, il fluire degli eventi della vita e lo fa a braccia tese invitando a fare altrettanto con gioia. Ai suoi piedi, doni colorati raccolti amorevolmente saziano la curiosità del pubblico, sono ricordi custoditi nell’animo (un occhio che scruta). I sassi sradicati dal proprio habitat, in antitesi col gesto del danzatore, sono un fermo immagine del tempo che scorre inesorabile; bloccare il loro consumarsi (in assenza di acqua) equivale a far tesoro del proprio passato.

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I cavalli che corrono nell’infanzia.

Gli animali scolpiti proposti con insistenza e in più versioni sono per Scolaro quasi un gioco, quel divertimento di impastare materiali e colori e quel piacere della scoperta che è stata del fanciullo artista. La carezza che smuovono dalle mani per entrarvi in contatto è l’atto stesso di accarezzare il ricordo, accudirlo e fortificarlo pur lasciandolo libero di esprimersi nei modi inconsueti. Il cavallo rosso ne è la stupefacente evidenza. Pare una continua ricerca non di perfezione ma di elevazione del ricordo, un tentativo di trattenere e allungare momenti felici fino a farli divenire lunghe gambe sottili.

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Le figure eteree che attendono.

Scolaro non ha mai nascosto di attingere idee dai grandi maestri del passato, la sua predilezione per la transavanguardia e il richiamo a Giacometti sono in questo caso evidenti. Sono famiglie nate in cartapesta e poi fuse in bronzo in due momenti diversi. Paiono bloccate, smarrite e affrante per chi è partito o in attesa di chi sta arrivando. Ma poco importa la motivazione, perché il senso sta invece nella situazione in cui si trovano, in quel fermo immagine che ancora una volta i soggetti dell’artista raccontano: quelle fasi della vita in cui occorre stare, senza fare ne poter fare, fatalmente in attesa che passi o in attesa che venga.

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I Sospiri di ognuno.

Gli elementi cuneiformi sospesi raccolgono il pensiero irrazionale e inconsistente dell’uomo e lo fanno entro una struttura metallica soggetta all’usura del tempo (il nostro corpo). Sembra un invito a dedicarsi all’ascolto di sé stessi, ma in connessione con l’altro. Simili eppure unici i sospiri di ognuno, se lasciati informi ed informali, si elevano e sublimano in un punto lontano ma percepibile e ci vengono poi restituiti in altra forma: oscillazioni, vibrazioni, suoni immaginari. Essi sono totalizzanti eppure composti, individuali eppure sintonizzabili; la realtà non è semplicemente in ciò che vediamo, ma in ciò che percepiamo.

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Ti do la mia parola

“A lungo ho ascoltato e sentito ed ora sono pronto a raccontare”: l’artista usa come suo veicolo la parola come segno che nomina e riconosce. Ci invita ancora una volta, dopo la serie “Segni su Segni”, a soffermarci sull’unicità e la dignità del dialogo. Gli stessi grafi fin prima  materici perdono solidità per diventare sapere e sapienza. Racchiusi in piccoli libri, una sorta di intimità personale da ascoltare e percepire, comportano un ascolto paziente e predisposto. Aprirsi al racconto che l’arista è pronto a raccontare significa accogliere una storia nella storia, senza giudizio né pregiudizio, semplicemente nell’accoglienza che è anche quell’affidamento e quella consegna spirituali dell’insegnamento biblico.

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