Il monumento agli internati di Domenico Scolaro è qualcosa che tocca profondamente il mio animo.
La prima sensazione è, sicuramente, il senso di abbandono subito dai militari italiani dopo l’8 settembre 1943. Già provati dalla guerra che li aveva separati dalla loro casa, dalla loro terra e dalla loro famiglia, un abbandono più grande li coglie: quello di un esercito lasciato allo sbando dai capi supremi che, dopo la firma dell’armistizio, scappano a Brindisi.
Questa situazione li trova impreparati davanti all’ex alleato, ora nemico che, considerandoli anche dei traditori, li cattura deportandoli in Polonia, Germania ed Austria e li rinchiude nei campi di concentramento/lavoro.
La sofferenza di questi uomini è grande ma, per la maggior parte di loro, ancor più grande è la voglia di RESISTERE. Resistere alla lusinga di una vita migliore a patto dell’adesione alla repubblica di Salò, resistere alla fame, alla stanchezza, allo scoramento, essendo profondamente consci che il loro sacrificio ci porterà ad essere oggi uomini liberi. Il loro esempio ci fa conoscere un nuovo tipo di resistenza non armata, non alla macchia, ma ugualmente grande e dignitosa: la capacità di dire NO!
Domenico racchiude il loro dolore e quello delle loro famiglie in due piramidi di vetro e acciaio. Due gabbie, due prigioni ma con una forma che spinge verso il cielo. Non a caso la piramide fu sepoltura di faraoni per avvicinarli al divino e le forme del gotico, alte e slanciate, erano un modo per l’uomo di sentirsi più vicino a Dio. Compone con cartapesta su rete metallica i due gruppi di figure all’interno delle piramidi. I corpi tutti uguali per significare, in quella maschile, la spersonalizzazione dei militari internati ridotti dai tedeschi a mero numero; mentre in quella femminile la sofferenza e la speranza dell’attesa che rende tutti uguali davanti al dolore. Diversamente per le teste fuse in bronzo dove l’anima di uomini e donne torna prepotentemente a farsi vedere e sentire. Ogni volto è difforme dall’altro, ogni volto è un’anima, ogni volto è un dolore vissuto in maniera differente.
Quello che a me ha maggiormente colpito, però, si trova sul pavimento dell’opera, dove spesso non si china lo sguardo ma qui l’artista ha voluto, a mio parere, inserire la maggior parte del simbolismo dell’opera stessa.
Nulla viene lasciato al caso e le tesserine dorate sul pavimento ricordano le pietre d’inciampo di cui anche Arzignano fa memoria; mentre i piccoli sassolini opalescenti rimandano ai giochi di strada dei bambini quindi la casa, la famiglia o l’infanzia appena trascorsa degli internati più giovani. Interessanti anche i sassi accatastati nelle due piramidi. Il sasso ricorda qualcosa di pesante (il dolore?) ma anche le sepolture ebraiche. È un modo usato dagli Ebrei per ricordare il defunto, un gesto simbolico che celebra anche le origini del popolo ebraico, strettamente legate al paesaggio desertico da cui provengono. Inoltre, significa che la persona che visita la tomba l’ha onorata e si è ricordata del defunto. I segni sulle pietre (vortici, formule ecc.) possono essere l’incomunicabilità dell’uomo nel vortice della guerra ma possono anche rappresentare le preghiere di queste persone di varie lingue e fedi che hanno subito la stessa sorte e, infine, le bende sui sassi rappresentano sia i rotoli della Torah che la cura delle ferite delle anime di entrambe le piramidi che potranno essere sanate solo quando il vetro si solleverà e li farà riabbracciare.
Emma Bacigalupi
Animatore del Territorio della Pro Loco di Arzignano