Critica

Critica

Domenico Scolaro a Trieste
Presso l’Hotel Duchi d’Aosta, nella dependance “Vis a Vis”, espone fino al 12 ottobre p.v. l’artista Domenico SCOLARO di Montorso Vicentino.
Una mostra di sculture, completata in altra sede da dipinti di varie dimensioni, di pregevole livello e di fine equilibrio estetico, tale da essere un ideale e prezioso connubio tra la raffinata eleganza dell’ambiente architettonico e la delicatezza delle opere esposte.
Siamo a pochi metri da una delle più belle piazze europee, piazza dell’Unità d’Italia, maestosa apertura sul mare, gioiello dell’architettura eclettica dell’ 800.
Sono sculture di piccole e medie dimensioni, in materiale variegato, acciaio, legno, rame, con la preponderanza di cartapesta bronzea, che regala ad ogni opera un aspetto leggero, etereo, solidificato però strutturalmente.
SCOLARO propone sostanzialmente quattro, chiamiamoli così, raggruppamenti: dapprima installazioni più o meno legate da uno sfuggente quoziente di figuralità, con una, anche se limitata, attività mio cinetica, dove si evidenzia lo spazio incluso, riducendo la sostanza trattata a schema sintetico.
Segue la delicata serie dei cavalli, sempre in cartapesta bronzea, con figure equine allungate, di notevole raffinatezza ed equilibrio compositivo, scultura materica, vicina alla figuralità più tradizionale.
Il contrasto del ciclo delle navi, tra la pesantezza del legno, materiale precipuo dello scafo ed il simbolismo delle varie figure sovrapposte, toni ponderosi, processioni di uomini, lente, cadenzate ed altrimenti meno leggibili parlano di un simbolismo figurativo dove si possono alternare reminiscenze che vanno da una visione biblica (Arca di Noe’) ad una più moderna (Regata sul Canal Grande).
Infine l’interessante silloge delle “Librerie”, materica, sostanzialmente di alto valore simbolico, certamente legata alla figuralità, con accenni alle antiche scritture (il mondo mediterraneo dell’amico Dante Pisani) sulla fascia superiore e con la presenza della -CULTURA- simbolizzata dai grandi volumi (forse un ricordo della biblioteca di Alessandria).
La sintesi del messaggio di Domenico SCOLARO è un concreto atto di denuncia del mondo attuale, ma, di più, un sentito gesto di amore verso l’uomo e verso la pace universale, ma non in un senso teorico del termine, quasi a seguire una moda attuale, una doverosa e stantia manifestazione di routine, magari infarcita da parte di coloritura politica, ma una effettiva, concreta e voluta partecipazione al miglioramento sociale del genere umano, con la propria costante presenza nell’ambito del servizio civile.
Agosto 2013 Trieste
Prof.
Roberto AMBROSI

I Filosofi
Non la teoria ma l’attività: è questa la vera essenza della dottrina orientale oltre che dello spirito della filosofia, non mera speculazione ma messa in pratica di quella forma di pensiero. La scelta di inserire quale motivo guida dell’esposizione quello dei “ Filosofi” segna per Scolaro la ripresa di un tema già sviluppato in ambito scultoreo, con installazioni apprezzate da critica e pubblico negli ultimi anni. E questi volti dipinti di profilo, queste teste che sprigionano impalcature di pensiero – quasi dei busti di filosofi dell’antichità classica sagomati in una cornice postmoderna – alludono a quell’insieme di grovigli e labirinti che costituiscono la nostra personalità.
L’artista può ora innestare alla personale e riconoscibile cifra stilistica un’accorta riflessione su tematiche e spunti di ragionamento sapientemente enucleati.
A cominciare dal tempo, un po’ gioco un po’ orologio, costituito da momenti impercettibilmente successivi secondo un flusso non cosciente che ha valore psicologico.
E poi l’ultima religiosità di Scolaro, che si muta in una sentita ricerca su sacro e profano, trasversale e allargata ad accogliere perfino dogmi ideologici e politici sani che un tempo non lontano vibravano negli animi, oggi svuotati nell’inguardabile Italia contemporanea. M a il sacro di Scolaro è anche il vivere il dramma della fede ancora a tinte filosofiche, come il Pietro sospeso e interrogante ai pedi della croce o le erme socratiche di Cristo e Pilato, ad affrontarsi in un incontro con numeri e due mani che si tendono ma non si toccano, quasi ad inscenare quel loro straordinario dialogo tutto giocato sulla sottrazione.“ Che cos’è la verità?” chiede il procuratore romano. “ Che cos’è la verità” sembra chiedersi lo stesso Scolaro se non un pensiero che arriva a fondere simboli da Oriente a Occidente, grazie anche ad un colore vibrante di segrete palpitazioni, quasi improvvisate a ritmo di musica jazz. Un pensiero che pare addirittura accendersi come sovrapposizione di luci sotto forma di concetti. Con ben presenti i modelli di Kandinsky e Mirò o ricordandosi della lezione di tutta la nobile tradizione della pittura italiana del Novecento. Naturalmente – e giustamente- risolta a modo suo e consona al contenuto e al messaggio che l’artista vuole chiarire. Accostarsi ad un’opera di Domenico Scolaro significa in fondo assistere ad una rappresentazione di ciò che resta della nostra identità mancata, allestita in quel palcoscenico a tratti indecifrabile che è la vita. E questa sua particolarissima estetica per contrasto aiuta ad esorcizzare l’insondabile mistero della nostra umanità negata. Salvatore Maugeri, riferendosi proprio a Scolaro, parlava di “ una sua concezione del dolore come incentivo per un arricchimento interiore” , e l’affinità con lo spirito buddista è fortissima sempre nella produzione di Scolaro.
E la via – non solo orientale – che conduce alla felicità è ancora una volta veicolata dall’occhio, insistente quanto ambigua presenza fra le sue creazioni, e in un paio qui in particolare, in cui l’occhio vero è caduto all’interno dello spazio pittorico, tra altrettanti simboli e in una visione generale che da conflittuale va via via rasserenandosi grazie alla vibrazione e alla palpitazione di quelle luci e di quei colori. Insomma l’esperienza si è fatta surreale perché tutta tesa ad abolire il suo visivo a favore dell’interiorità. Con ciò trovandosi e riconoscendosi completamente dentro la contemporaneità.
Febbraio 2013 Villa Mattarello
Antonio Carradore

In occasione della Rassegna di Teatro Contemporaneo “Bypass”, l’artista arzignanese Domenico Scolaro espone al Teatro Mattarello di Arzignano fino al 9 dicembre una serie di installazioni che illustrano in maniera esemplare la sua cifra stilistica e il personale percorso artistico.
L’abbraccio del Tempo
Domenico Scolaro vuole stupire ancora una volta. E lo fa attraverso atteggiamenti e forme del quotidiano che invitano il singolo – seduto o in movimento – a riscoprirsi plurale, entro l’onirico e spirituale abbraccio dell’arte, manifestata e intrecciata al teatro. Salendo al piano superiore (fisico e metaforico) colpisce la sorpresa del gioco quasi mutato in enigma, multiforme e variopinto a superare l’anonimato del tempo presente. E’ il tempo stesso a scorrere perennemente e a rinnovarsi imprevedibilmente. Come in un gioco a Shangai.
Antonio Carradore

Domenico Scolaro ieri, oggi e domani. Tra maschera e presenza
“[…] gli si può riconoscere l’urgenza sincera di comunicare certe sue idee di fraterna solidarietà per la comune condizione umana; il valore della esistenza; l’impegno morale e sociale legato alla vita; una sua concezione del dolore, come incentivo per un arricchimento interiore”.
Si potrebbe partire ancora una volta dalle sentite e illuminanti parole di Salvatore Maugeri per parlare di Domenico Scolaro, un uomo e un artista che – a detta dello stesso – è diventato tale anche per il sostegno del compianto critico d’arte, tutt’ora ricordato da Scolaro quale maestro, in tutti i sensi. Cosa si deve aggiungere ancora oggi, dopo ulteriori aggiornamenti stilistici e non poche soddisfazioni, nel tentativo di inquadrare la produzione di un artista giunto al culmine della sua maturità? Gioverebbe forse reinterrogarsi sull’esperienza umana di Scolaro, inscindibile dall’attività di un arzignanese nel profondo, di cuore sanbortolano ma montorsano d’adozione. Per provarlo basta lasciarlo parlare, scrutarne gli occhi o intuirne gesti e movimenti mentre si accende di fervore nell’illustrare ciò che lo spinge a produrre arte e, in fondo, poesia. Da qui si comprendono la misura, la disciplina, ma anche la laboriosità e l’impegno pronti a mutare in interesse per ciò che lo circonda, vicino o lontano che sia. Come la capacità di farsi trasportare da una sana lettura o la carica emotiva che Scolaro libera anche a seguito dei fatti di cronaca percepiti, segnandone pure talune scelte di vita che man mano trovano puntuale riscontro nelle opere.
Pensiamo, fra le altre, alle intense esperienze come volontario – nell’ambito del servizio civile – in Madagascar e in Rwanda, maturate a distanza di tempo dai suoi esordi pittorici ufficiali e risultate come necessarie per intendere e mettere in pratica la possibilità della convivenza e della tolleranza tra popoli e fedi apparentemente diverse. Da allora ecco approfondirsi la ricerca di sacro e divino insiti nelle forme geometriche, con particolare predilezione per l’intrecciarsi (anche simbolico) dei triangoli nella stella di David, che si avvia ad enuclearsi tra le summae della sua poetica, apparentemente permeata di cupo pessimismo ma ogni volta pronta a riscattarsi con le armi della speranza e dell’umiltà, imbracciate dallo stesso sovrano ebraico dell’Antico Testamento. Sembrano addirittura materializzarsi – fatte proprie con un linguaggio quanto mai personale – nel loro aleggiare diafane, leggere, evocative quanto basta (come i colori che Scolaro, quasi sommessamente, stende su certi suoi dipinti) le parole di Buddha: “vi condurrò al dolore, all’origine del dolore, alla sua estinzione e alla via che conduce alla sua estinzione”.
La via.
Quella di Scolaro prosegue veicolata dall’occhio, insistente quanto ambigua presenza fra le sue creature, con valenza drammatica, grottesca o surreale ma tesa – paradossalmente – ad abolire il solo visivo a favore dell’interiorità. Con ciò – e non è di poco conto – trovandosi completamente dentro la contemporaneità. Ma tale apparente incomunicabilità – espressiva ed enigmatica quanto basta – è voluta e ricercata dall’artista, poiché, usando le sue stesse parole, spetta all’osservante “completare l’opera seguendo i suggerimenti del cuore”, mediatore “fra il cervello e le mani”, come recita la frase chiave su cui ruota tutto il senso dello straordinario Metropolis di Fritz Lang.
E’ a partire da questo che Scolaro realizza corpi e braccia, intuiti e filiformi, che si tendono in abbracci mancati ma sempre più spesso effettivamente realizzati entro il valore utopico maggiormente sentito dallo stesso Scolaro, quello della famiglia, capace sempre di tradursi in un senso panico, universale. Ciò non gli impedisce tuttavia di continuare nel suo paziente lavoro di sottrazione, quasi a scarnificare corpo e materia, fino all’azzeramento o, parola cara a lui e all’estetica orientale, al “vuoto”.
E qui il nostro discorso si fa delicato, assottigliandosi volutamente fin quasi a nientificarsi.
Negli ultimi lavori si ha come la sensazione che accostarsi ad una creazione di Domenico Scolaro significa in fondo assistere ad una rappresentazione di ciò che resta della nostra identità mancata, allestita in quel palcoscenico a tratti indecifrabile che è la vita. Sigla poetica ne è allora l’incomunicabilità e il silenzio, quasi un teatro dell’assurdo da cui traggono linfa quelle presenze evanescenti, anime laiche mutate in pensieri e azioni mancate che costituiscono le sculture o le installazioni. Strutture, queste, esili, essenziali – esistenziali vien da dire – percorribili al loro interno e il cui contatto fisico può esorcizzare l’insondabile mistero della nostra umanità negata. Ecco quindi portali e incontri falliti, avvolti o creati essi stessi dal vuoto, che trovano il riscatto proprio in questa ideale corda tesa, sospesa e sottile da cui magicamente si possono concretizzare delle maschere e, ancora una volta, degli occhi.
Dietro l’angolo il miracolo è quasi compiuto.
Perché ci torna alla mente come in latino il primo significato del termine persona sia proprio maschera. Quella persona e quella maschera che in francese variano in personne. Che diventa nessuno.
L’occhio di Polifemo fu accecato proprio da Nessuno.
L’occhio delle creature-forme di Scolaro è perennemente scoperto e rifondato dalla nostra voglia di vederci e riscattarci in ogni istante. Assieme all’artista. Assieme alla vita.
Arzignano 11 Novembre 2010
Antonio Carradore
Domenico Scolaro, tra Maschera e Presenza
Accostarsi ad una creazione di Domenico Scolaro significa in fondo assistere ad una rappresentazione di ciò che resta della nostra identità mancata, allestita in quel palcoscenico a tratti indecifrabile che è la vita. Sigla poetica ne è allora l’incomunicabilità e il silenzio, quasi un teatro dell’assurdo da cui traggono linfa quelle presenze evanescenti, anime laiche mutate in pensieri e azioni mancate. Portali e incontri falliti avvolti – o creati essi stessi – dal vuoto trovano il riscatto proprio in questa ideale corda tesa, sospesa e sottile da cui magicamente si possono concretizzare delle maschere, degli occhi.
Dei gesti.
Dietro l’angolo il miracolo è quasi compiuto.
Perché ci torna alla mente come in latino il primo significato del termine persona sia proprio maschera. Quella persona e quella maschera che in francese variano in personne. Che diventa nessuno.
L’occhio di Polifemo fu accecato proprio da Nessuno.
L’occhio delle creature-forme di Scolaro è perennemente scoperto e rifondato dalla nostra voglia di vederci e riscattarci in ogni istante.
Assieme all’artista. Assieme alla vita.
Vicenza – Marzo 2010
Antonio Carradore

LA CREATIVITA’
di Domenico Scolaro
La prima personale di Domenico è del 1969 e in tutti questi anni non si può certo dire che sia rimasto fermo. Quello che potete vedere oggi fa parte della sua produzione più recente e poggia il suo essere proprio su esperienze di vita, quindi non solo artistiche, vissute sempre in prima fila. I suoi piedi ma, soprattutto, i suoi occhi hanno conosciuto Africa e Russia per non parlare dell’Europa. Le sue mani instancabili hanno manipolato molti materiali. Quello che vedete appeso oggi è solo una parte di una produzione indissolubilmente legata all’essere uomo e artista, all’essere Domenico Scolaro.
Ora la psicologia della Gestalt ci ha insegnato che in fondo la creatività è solo la capacità di ristrutturare il proprio campo cognitivo ma bisogna averli gli elementi da ristrutturare. Bisogna cercarli e farli propri, interiorizzarli, quindi saperli miscelare coi preesistenti che si annidano nei nostri animi. Essere artisti significa andare costantemente alla ricerca di nuovi stimoli, di nuovi elementi, di idee da amalgamare con gli archetipi personali. Significa insomma studiare nella più ampia eccezione del termine. L’improvvisazione semplicemente non esiste, c’è sempre bisogno di solide basi per ogni partenza, per ogni crescita, per spiccare il volo. A proposito degli elementi da ristrutturare noterete sovente una religiosa presenza di un occhio che guarda. Qualcuno sostiene che del nostro mondo rimarrà solo il visibile non lo scritto.
Ad ogni modo questa produzione artistica di Domenico Scolaro conduce l’occhio del fruitore oltre il semplice sguardo e lo stimola ad addentrarsi dentro la pittura stessa navigando tra le trame della stratificazione materica dei pigmenti. Noi oggi siamo venuti per guardare e l’opera d’arte ci guarda.
Domenico Scolaro non si stanca di ripetermi di come il critico Salvatore Maugeri abbia molto inciso sulla sua formazione ma, anche di molti altri. L’opera “Il Cammino”, una enorme scultura in acciaio non lontana da qui non a caso è dedicata all’illustre maestro cui è giusto rendere omaggio. C’è però un ulteriore elemento, a mio avviso principe nella formazione di Domenico, è l’anno 1968, l’anno del suo esordio. E’ stato quello un anno di cambiamenti in molti campi e per molte persone. Poi, il tempo e, per il nostro autore, quasi quarant’anni di studio, la maturazione. Si capirà bene, quindi, come sia difficilissimo tracciare il profilo della sua produzione.
La cosa si è rivelata, infatti, ben presto, impresa inumana. Pittura, scultura, ceramica, fusioni, perfomance, mostre personali e collettive a destra e a manca. Tornando ad oggi io non starò qua a spiegare quello che l’artista vuole dirci in ogni singola opera, l’arte è sensazione è comunicazione. Ognuno di noi prenda le emozioni che vuole.
16-maggio 2008
Vincenzo Raimondi

LA RISTRUTTURAZIONE DEL PROPRIO CAMPO COGNITIVO
Se oggi mi trovo qui a parlarvi del lavoro di Domenico Scolaro è perché nel lontano 1978 ho scritto per il Giornale di Vicenza- allora ero laureando e facevo il corrispondente con le buste “fuori sacco” (altro che email)- di un suo presepe realizato con pezzi di carrozzerie di automobili. Per il Natale fu esposto nella chiesa di Villaggio Giardino. Allora si parlava di Arte Povera espressione che a me non è mai piaciuta perché fuoriante. Saranno stati anche poveri i materiali ma ricchi erano i risultati.
Prima di accettare l’incarico odierno innanzitutto ho voluto andare a rileggermi quel pezzo poi sono andato a godermi l’opera di cui andiamo ad occuparci.
A distanza di quasi trentanni, oggi come allora, ci troviamo, guarda caso, in presenza di statue ma, io preferisco chiamarle figure, immagini, di grandi dimensioni. Ovviamente diversi sono oggi i materiali (qua acciaio corten), diversi i contenuti rappresentati,differenti, ma non del tutto, le evocazioni che sanno, vogliono dare. Ho voluto sottolineare questa distanza temporale fra i due eventi perché, sia chiari a tutti, che le realizzazioni odierne non sono una estemporanea trovata di un pinco pallino qualsiasi. I viandanti posizionati alla destra del fiume Chiampo sono una tappa di un cammino artistico tanto lungo quanto sofferto. L’opera realizzata scaturisce da un percorso di vita, percorso che con le sue scelte e gli inevitabili sacrifici inizia da lontano. La prima personale di Domenico è del 1969 e in tutti questi anni non si può certo dire che sia rimasto fermo. I suoi piedi e i suoi occhi hanno conosciuto Africa e Russia per non parlare dell’Europa. Le sue mani molti materiali.
Ora la psicologia della gestalt ci ha insegnato che in fondo la creatività è solo la capacità di ristrutturare il proprio campo cognitivo ma bisogna averli gli elementi da ristrutturare. Bisogna cercarli e farli propri quindi saperli miscelare coi preesistenti che si annidano nei nostri animi. Essere artisti significa andare costantemente alla ricerca di nuovi stimoli, di nuovi elementi, di idee da miscelare con gli archetipi personali. Significa insomma studiare nella più ampia eccezione del termine. L’improvvisazione semplicemente non esiste c’è sempre bisogno di solide basi per ogni partenza, per ogni crescita, per spiccare il volo. Queste basi Scolaro le ha.
Domenico Scolaro, e col cognome che ha non potrebbe essere altrimenti, è stato uno studente diligente e quando inizia la sua carriera artistica lo fa rispettando tutti i canoni. L’opera il Cammino non a caso è dedicata ad un illustre maestro: il critico Salvatore Maugeri che molto ha inciso nella formazione del nostro autore ma anche di molti altri.
C’è però un ulteriore elemento, a mio avviso principe nella formazione di Domenico; l’anno 1968; l’anno del suo esordio. E’ stato quello un anno di cambiamenti in molti campi. E’ un anno in cui arriva, fra l’altro, l’onda lunga, partita dall’America, di un diverso modo di intendere l’arte perché, come diceva Allan Kaprow, alla logica delle forme, delle materie e dei colori in pittura a scultura si comincia a sostituire, non senza resistenze-aggiungo io-l’interesse per gli oggetti e per il contesto quotidiano.
Dice sempre Kaprow: “L’arte si indirizza ad inglobare l’ambiente così da diventare un procedere “totale” , dove le cose e le persone, assieme alla loro esistenza effimera e temporale sono soggetti d’indagine visale e plastica”.
Scolaro ha voluto chiamare la sua opera “Il Cammino”; se riflettiamo un attimo sulle parole di Kaprow sembrano scritte proprio per questo evento. Personalmente preferirei chiamare queste figure “I Viandanti”. I viaggiatori abbozzati nella loro rugginose sembianze travalicano qualsiasi problema di razza e religione. Si muovono in un contesto quotidianissimo quale solo un posteggio può essere. E cosa c’è di più effimero di una persona che posteggia la propria auto. Il tempo stesso del posteggio è effimero.
Kaprow parla di “procedere totale dove le cose e le persone sono soggetti d’indagine visuale e plastica”. Quest’opera è sinteticamente una plastic processione di persone e, perché no, di animali.
Il mio compito avrebbe dovuto essere quello di tracciare un profilo della sua produzione ormai quarantennale.
La cosa si è rilevata, ben presto, impresa inumana. Pittura, scultura, ceramica, fusioni, performance, mostre personali e collettive a destra e a manca. Poi lunedì mattina, scartabellando materiali, ecco che mi mostra un bozzetto pressoché definitivo realizzato per un manifesto. Io che avevo visto quello realizzato da altri e poi usato posso assicurarvi che quello di Domenico è di gran lunga superiore; è di un’efficienza straordinaria ma, così va il mondo.
Arzignano 05/04/07
Vincenzo Raimondi

Metafisica dell’essere
…”A Scolaro preme soprattutto estrinsecare un messaggio, un invito, un grido esistenziale diretto all’umanità, è il messaggio d’amore che alberga nell’artista, è il messaggio di chi anela forse a un’utopia; la pace interiore e la pace universale. Lo gridano con forza le figure umane che compongono le sue tele, lo gridano con forza le forme geometriche spesso animate da particolari che le rendono vive e palpitanti, insite nella realtà e nella storia.”…
Pier Antonio Trattenero – Scrittore 2002
Arzignano – Pierantonio Trattenero

“ALLUSIVITA’ SIMBOLICHE”
In Domenico Scolaro
In vent’anni di attività pittorica di Domenico Scolaro si riscontra un concreto sviluppo di una tematica precisa. Non vi sono rotture, pentimenti o involuzioni, ma un approfondimento verificato, costante del perché, del fare e delle ragioni che lo muovono ad operare.
Inizialmente la sua pittura nasceva da premesse che definirei “parametafisiche” perché proprio metafisiche non erano, e non lo sono tuttora, nel senso stretto e rigoroso del termine.
Il contatto con l’Accademia di Belle Arti di Venezia ha segnato la sua fase formativa in una direzione vicina a quella del maestro di Accademia, Carmelo Zotti. Invece, l’attenzione di Scolaro verso quella pittura fu un episodio transitorio e irrilevante in quanto egli si scostava da certi moduli, anche se nella sostanza, il suo restava appunto un mondo di smarrimento e di stupore “metafisico” nel senso cioè che ogni cosa pone al di la dell’aspetto fisico delle cose. Anche l’accostamento con la pittura di Luigi Rincicotti non e che casuale e trova le sue diversificazioni nell’attuare modi frantumati più aperti, più mossi, più concitati rispetto a quelli che potevano essere sia a quelli del maestro Carmelo Zotti come dell’artista Luigi Rincicotti.
Tale autonomia nasce proprio dall’approfondimento dei temi che gli sono sempre appartenuti e che risultano meglio esplicati nella rappresentazione figurale, nella quale non vi sono simboli astratti, né sospensioni smarrite di fronte alla natura immobile. I suoi personaggi appaiono prigionieri, mortificati nella loro umanità; sono infatti avvolti in lenzuola, in nastri, in reti. E’ chiaro che questa loro prigionia alluda ai condizionamenti che la vita odierna impone, costringendo l’uomo a restare chiuso in sé, determinando l’inevitabile incomunicabilità.
Ecco allora svelato il senso più segreto della pittura di Scolaro, che non è dato dall’arcano metafisico, ma connesso ai riscontri col sociale, con una realtà che urge e che desta allarme. Naturalmente c’è sempre un riferimento ed un ricorso alle allusività simboliche nella sua espressione; anziché scegliere come oggetto, un’asta, un segno, a volte soltanto un clima d’atmosfera inafferrabile, disumano, Domenico Scolaro ricorre sempre all’umano, sempre al riconoscibile con tutti i riscontri nell’allusività simbolica promossa sempre da un fine ultimo comune, la condanna cioè di ogni forma di violenza, la registrazione e il biasimo del pericolo che incombe sull’uomo, la minaccia dell’incomunicabilità che rende l’uomo prigioniero di sé.
Si tratta di interrogativi sul destino che grava sull’umano, sull’esistente e sulla natura. In questo senso dunque è da guardare la pittura di Scolaro, generata dalla nervosità del gesto e da una comunicazione fervida e da un’urgenza del dire che non esclude le improvvise sospensioni e i silenzi pieni di interrogativi.
Questa è la temperatura e il clima della sua pittura, tali che riscattano da qualsiasi pericolo di rimanere nel limite delle riproposte naturalistiche.
29 settembre 1991
Salvatore Maugeri

“INCANTI E DISINCANTI“
In Domenico Scolaro
La mia conoscenza di Domenico Scolaro risale ad una decina di anni fa. Il riflesso della sua personalità originale, fatta di entusiasmi improvvisi e di subitanee commozioni, era tutto raccolto nell’afflatto acceso e malinconico delle sue opere. Facendosi portavoce delle ansie dell’uomo contemporaneo, chiuso nei suoi insanabili conflitti esistenziali, denunciava con sgomento il male oscuro del vivere, un male tanto sottile quanto lacerante.
Il tramonto dei valori tradizionali, il piatto conformismo cui una società abulica ed apatica costringe i suoi membri,erano lo scenario entro il quale si consumava il dramma di un uomo svilito ed avulso.
I soggetti dei dipinti di Scolaro vivevano dunque nel cieco baratro della propria tragica solitudine. Della figura umana rimanevano soltanto i tratti anatomici, confini angusti di una vitalità repressa, imbrigliata da fasce estremamente eloquenti, da bianche bende che tentavano di aggiustare i brandelli di quella specie d’uomo frantumato e schiacciato da tanto cupo soffrire.
Era il silenzio ad avvolgere quei dipinti poiché non c’era voce capace di esprimere l’ineffabile condizione di chi avverte un dolore metafisico. Con il passare degli anni però, il discorso pittorico di Scolaro ha assunto via via toni più smorzati e le esasperazioni delle forme e dei colori si sono placate. Tuttavia sopravvive, nelle opere attuali, la volontà di dar vita ad immagini ricorrenti ed emblematiche,; ecco allora raffigurato il solo occhio semiaperto di colui che, rifiutando l’impatto con ciò che gli sta attorno, preferisce non vedere, ma quegli occhi singoli e spalancati sul mondo dicono anche che ora l’uomo esce dal suo isolamento per guardare, magari con cinismo, magari con rabbia, la realtà dalla quale troppe volte è fuggito.
Il graduale, tormento risanamento della creatura umana è testimoniato dagli insoliti toni di luce collocati addirittura nelle zone che dovrebbero essere d’ombra.
Il valore allusivo è profondo poiché denota l’interiore convinzione che a volte, in fondo all’abisso delle proprie angosce, si possono ancora attingere vita e speranza.
Anche il soggetto delle piramidi, non nuovo nella pittura di Scolaro, è ora trasformato. Si tratta di forme palpitanti di luce in cui è ricercato un rapporto quasi divino. Accanto a questi nuovi modi di porsi verso la vita, emerge pure il desiderio di fantasticare e di creare una dimensione trasognata.
E’ appunto il tema del fantastico quello che si trova rappresentato in un gioco di macchie e di segni senza regole, lasciato alla libera interpretazione soggettiva.
L’attuale linguaggio pittorico di Scolaro, se da un lato si configura come lucida protesta della coscienza contro i mali del nostro tempo, dall’altro diviene profondo richiamo ai valori imprescindibili della solidarietà, del dialogo e dell’amore di cui l’uomo ha più che mai bisogno per ritrovare la propria autentica dimensione ed appagare la propria ansia di eterno.
Vicenza 26 marzo 1991
dr. Laura Piazza

“LA RICERCA ESISTENZIALE”
In Domenico Scolaro
Presentai per la prima volta Domenico Scolaro in occasione di una mostra collettiva nella quale furono esposte alcune delle sue opere presso la stupenda e la meravigliosa sala medioevale delle Volte DEL Palazzo Comunale di Assisi. E questa mia recentissima conoscenza del pittore vicentino mi offri l’opportunità di trovare in un artista la genialità è l’originalità, fondamenti essenziali per percepire il costante evolvere della pittura moderna contemporanea.
In effetti capii subito che non si trattava di una pittura orientata sul sensazionale, bensì c’era in quelle opere esposte un aspetto impressionante di forte richiamo visivo abbastanza enigmatico per non dire mistico, a priori sotto sfondo pessimistico.
Una pittura d’introspezione meditativa quella di Domenico Scolaro, su una crisi esistenziale, alla ricerca costante di soluzioni positive, dando così un senso profondo alla Estetica, valore fondamentale dell’Arte. Surrealismo creativo quasi al confine dell’Esistenzialismo pittorico: i soggetti dei dipinti di Scolaro vivono dunque in un mondo al limite del possibile o dell’impossibile.
Questo assemblaggio di figure avvolte in bende con qualche piramide sul fondo ci porta a riflettere su un concetto di stampo metafisico, cioè la chiusura di noi stessi, l’incomunicabilità, la bellezza s la forza del silenzio, l’immensità del nulla, la paura dell’indomani, la tragica solitudine dell’Uomo di fronte ad un mondo sempre più crudele.
Ebbi anche la fortuna di conoscere e così di ammirare quei dipinti “di una volta” del maestro vicentino e mi sembra che con il passare degli anni, però, il percorso pittorico di Scolaro abbia assunto tonalità e gestualità più potenti addirittura più conformistiche di quelle offerte dal mondo odierno. Comunque, sopravive nelle opere attuali la volontà di dar vita ad immagini emblematiche, il cui messaggio, pieno di opposizione tra colori freddi e caldi rispecchia i contrasti paradossali della Mente e della vita umana. Le forme tipiche della sua pittura richiamano alcuni dei simboli mitici della Grecia antica, allusioni che però dobbiamo dimenticare nell’interpretare esclusivamente il pensiero dell’Artista.
Chi potrebbe essere il punto di riferimento più autentico al discorso pittorico di Domenico Scolaro?
Senz’altro il grande romanziere esistenzialista francese Albert Camus affermando che: “ Sentire la propria vita, la propria rivolta, la propria libertà, e il più possibile, è vivere e il più possibile. La dove regna la lucidità, la scala dei valori diventa inutile… il presente e la successione dei presenti davanti ad un’anima sempre cosciente, è l’ideale dell’uomo assurdo”.
Roma 19 settembre 1991
Edmond Galasso

Domenico Scolaro presenta una pittura non piacevole ma impressionante, di forte richiamo visivo ma abbastanza enigmistica,a sfondo pessimistico, una pitturad’introspezione meditativasu una crisi esistenziale, in cerca di soluzioni positive, di un annuncio di speranza.
Figure avvolte in bende e qualche piramide sul fondo offrono una prima idea di mummie, ma qualche occhio scoperto stralunato, qualche indizio di membra straziate fanno pensare a una vitalità repressa,imbavagliata, che atrocemente soffre e chiede aiuto. Il concetto di fondo è la chiusura in noi stessi, l’incomunicabilità, la bellezza e la bontà costrette al silenzio, di fronte a un bisogno impellente di espansione.
Vicenza Voce dei Berici 1988
Piero Franceschetti

ANALISI DÌ UNA SOCIETA’
di Domenico Scolaro
Domenico Scolaro si propone come suo primo impegno di analizzare i lati meno edificanti della nostra società.
Il suo impegno d’artista, sia esso pittorico o grafico, rivela la sua grande sensibilità è una innata maestria nell’uso del segno.
La sua interiorità si rivela completamente mediante questo mezzo grafico indispensabile per rendere così evidente l’animo umano sempre presente nei suoi personaggi a volte disperati, ma sempre colmi di spiritualità.
E’ evidente la sua denuncia verso una società piena di elementi violenti impegnati in funzione di fattori eccitanti ad uso competitivo. Rigetta tematiche strane ed aberranti, condanna tutto quanto può costituire un oltraggio “all’uomo”.
Così le opere di questo artista si impongono con un valore altamente umano perché nella loro drammaticità fanno trapelare, anche dietro una certa patina di pessimismo, che è propria dell’autore, il senso “mondiale” dell’umanità in cui l’uomo può ancora ritrovare le sue speranze e se stesso.
Valdagno 1974
Mario C. Francioso

A un giovane Artista
A un giovane che da qualche anno coltiva una vocazione difficile e impegnativa, qual è quella dell’espressione pittorica, e che si presenta al giudizio dei suoi concittadini in una mostra personale, si deve chiedere la misura in cui riesce ad estrinsecare le sue doti di intelligenza, di emotività, di invenzione e di sensibilità nell’impegno del colore.
Ora a me pare che il ventenne Domenico Scolaro possieda buone disposizioni per continuare a coltivare questo suo amore per la pittura. Anzitutto gli si può riconoscere l’urgenza sincera di comunicare certe sue idee di fraterna solidarietà per la comune condizione umana; il valore dell’esistenza; l’impegno morale e sociale legato alla vita; una concezione del dolore, come incentivo per un arricchimento interiore.
C’è inoltre in Domenico Scolaro una capacità visionaria di trasformare quanto è oggetto della sua osservazione del reale, soprattutto perché egli riesce ad imprimervi un accento personale di maestri zia e di solitudine. Il suo colore poi si adegua alle immagini evocate; anche se dovrà essere interiorizzato, meglio fuso negli impasti e meglio orchestrato, in modo da conferire maggiore proprietà e sicurezza formale. Ma questo costituirà l’impegno futuro di Domenico Scolaro, un impegno al quale egli non verrà a meno, se saprà seguire, con studio e intelligenza, le buone doti già ora rivelate.
Arzignano – 10 Maggio 1973
Salvatore Maugeri

A un giovine Artista

Domenico, accetto volentieri
di giudicar la tua pittura,
questo nobil sentimento
espression della natura.

Semplice ragazzo
eppur giovane pittor,
guardando le tue Opere
fai parlare il cuor.

Sei un pittor novello
che ti stai mettendo in prova
e vedo nel tuo stile
qualcosa si rinnova.
Sia pur autodidatta
ma artista d’animo e di cuor
lo conferma le tue opere
paesaggi, le donne e i fior.

Vicenza 1970
Nino Luigi Pellegrin

A Domenico Scolaro
Domenico, dai tuoi paesaggi
infuocati e saggi
sia pur giovane artista,
sei un Naif in vista.

Che, a guardar la tua pittura
semplice e serena
sembra d’ascoltare il verso
d’un poeta in vena.

E dipingi senza mistero
cercando nella natura
ciò che è più sincero
con la tua infantil pittura.
Vedo nei tuoi colori
dei tramonti di fulgor
e un nobil sentimento
di artista e di pittor.

Vicenza 1969
Nino Luigi Pellegrin